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Orion non decolla e lascia la NASA a terra

Senza equipaggio, bullonata su un vettore Delta IV Heavy, la capsula Orion Deep Space è ferma in rampa di lancio a Cape Canaveral. Ennesimo rinvio per la Nasa che in tutti i modi sta cercando di tornare a effettuare missioni spaziali con equipaggio umano. Obiettivo: riportare l’uomo sulla Luna, raggiungere gli asteroidi e Marte

Lo United Launch Alliance Delta IV Heavy, cui è agganciata la capsula Orion, sulla rampa di lancio a Cape Canaveral.
Lo United Launch Alliance Delta IV Heavy, cui è agganciata la capsula Orion, sulla rampa di lancio a Cape Canaveral.


Orion non decolla. Sono le 09:45 a Cape Canaveral e la finestra di lancio si chiude con un nulla di fatto. I booster del vettore Delta IV Heavy non hanno illuminato il cielo della Florida. E dopo un’attesa durata oltre 40 anni, la NASA è ancora lì, a sperare un ritorno nello Spazio, con una capsula attrezzata per accompagnare l’uomo su Marte e asteroidi. Tutto rinviato a domattina (alle 13.00 in Italia) quando, si spera, Orion Deep Space sarà la prima capsula passeggeri americana (assai diversa come concetto dallo Shuttle) a lasciare Terra dai tempi di Apollo 17, 1972.
Il mancato lancio  è l’ennesimo stop al programma di esplorazione umana dello Spazio e, com’è inevitabile, allontana il sogno di riportare l’uomo sulla Lunaraggiungere gli asteroidi a spasso per il nostro sistema stellare (2025) o sognare l’ammartaggio sul Pianeta rosso (2030).
Restiamo in attesa anche sul fronte dei nuovi lanciatori: lo Space Launch System, che promette di diventare il razzo più potente mai costruito dall’uomo, doveva essere lanciato in una configurazione da quasi 80 tonnellate proprio con la capsula Orion. E invece nulla. C’è da sperare che, una volta a regime, riesca a gestire anche carichi maggiori, fino ad oltre 140 tonnellate. Si vedrà. Lo United Launch Alliance Delta IV Heavy su cui volerà Orion, domani, se va tutto bene, è comunque e a scanso di equivoci il razzo più potente disponibile sul mercato. NASA in ritardo dunque, ma con stile.
Nelle quattro ore e mezza previste per il test di volo, il vettore scorterà la capsula Orion nell’orbita terrestre per poi scagliarla, con il secondo stadio del razzo, a una quota di 5.800 chilometri, circa 15 volte superiore e a quella dove attualmente orbita la Stazione Spaziale Internazionale.
E poi rientro ad alta, altissima velocità, attraverso l’atmosfera a  30mila chilometri orari e alla temperatura bollente di 2.000 gradi centigradi, shock test per lo scudo termico. Tuffo nell’oceano Pacifico con paracadute e Marina degli Stati Uniti pronta a recuperare in mare la capsula.
Niente equipaggio a bordo per questo primo test, si è detto, ma Orion non soffre certo di solitudine, arenata in rampa di lancio. Nel vano equipaggio, come da tradizione, tanti gli oggetti familiari inseriti dagli ingegneri che lavorano al progetto: dall’action figure del capitano Kirk di Star Trek a un gadget di Iron Man, passando per un piccolo e spaventoso Tyrannosaurus Rex.
Lockheed Martin, prime contractor per Orion sembrava aver fatto un buon lavoro e l’assemblaggio era stato portato a termine nel rispetto di tutti i criteri previsti dal protocollo. Teatro delle operazioni: il Neil Armstrong Operations e Checkout Building presso il Kennedy Space Center. Solo una settimana fa Orion aveva superato la Flight Readiness Review (FRR) e ricevuto dai top manager dell’Agenzia spaziale statunitense il via libera a procedere con  il volo di prova.
La versione pathfinding della capsula aveva subito gli ultimi ritocchi in settembre (vedi MediaINAF). Ingegneri e tecnici avevano completato l’installazione della pannellatura che costituisce il guscio posteriore di Orion per proteggere al meglio il veicolo spaziale – e i futuri astronauti – dalle temperature scottanti del rientro e verificare la vulnerabilità della capsula allo scontro con detriti orbitanti e micrometeoroidi.

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