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SKA andrà a caccia di vita aliena

Il network di radiotelescopi più grande del mondo potrebbe essere in grado di trovare segnali anche più deboli rispetto a quelli che l'uomo è in grado di rilevare ora. Le numerose antenne che verranno costruite nei prossimi anni saranno 50 volte più sensibili rispetto agli strumenti a disposizione oggi


Rappresentazione artistica della ricerca di molecole complesse in un disco protoplanetario
Rappresentazione artistica della ricerca di molecole
complesse in un disco protoplanetario


Quando pensiamo alla vita aliena su altri pianeti tutti noi ci aspettiamo omini verdognoli scendere da un’astronave con delle strane pistole laser minacciose. In realtà i ricercatori impegnati nel progetto SETI (Search for Extra-Terrestrial) e in altre ricerche simili puntano a trovare – un giorno speriamo non troppo futuro – prove di vita microbiotica su altre terre e non solo. I mattoni della vita potrebbero trovarsi anche sulle comete (Philae e Rosetta potranno dirci di più in merito), nelle nebulose oppure nello spazio interstellare. Per adesso è ancora tutto avvolto nel mistero, ma fra qualche anno lo Square Kilometre Array (SKA) sarà lo strumento giusto per i ricercatori. Si tratta del più grande network di radiotelescopi del mondo e che vedrà i primi risultati scientifici tra il 2020 e il 2025.
Di recente un team internazionale di esperti ha pubblicato su arXiv.org uno studio su come SKA darà la caccia agli “alieni” usando i suoi diversi strumenti (50 volte più potenti di altri utilizzati oggi) e coinvolgendo numerosi programmi sperimentali (non solo SETI).  Le antenne che faranno parte dei diversi array di SKA (dislocate tra Australia e Sudafrica) saranno in grado di rilevare segnali radio anche estremamente deboli provenienti da mondi lontani ampliando notevolmente le possibilità di ricerca di tracce di forme di vita. Gli astrobiologi utilizzeranno SKA per cercare gli amminoacidi, i mattoni della vita (di cui siamo fatti anche noi terrestri), su pianeti che si ritiene siano nella zona abitabile del loro sistema (una zona attorno alla stella madre in cui l’acqua è allo stato liquido), basandosi sulle loro “firme” spettrali a frequenze specifiche.
Finora è stato, tra gli altri, l’Allen Telescope Array (ATA) a occuparsi della ricerca dei segnali radio da mondi alieni. Si tratta di una stazione radio costituita da un gruppo di 42 antenne posizionate a più di 400 km a nord di San Francisco che però (causa anche la mancanza di fondi e la crisi economica) non potrà garantire più risultati. A sostituirlo sarà proprio lo Square Kilometre Array.
La vasta area di raccolta di SKA (1 chilometro quadrato), l’altissima sensibilità dei ricevitori e la sorprendente capacità dei super calcolatori (il computer centrale avrà la potenza di centinaia di milioni di pc domestici) permetteranno di portare a casa risultati sorprendenti. Per esempio, le antenne a media frequenza che verranno realizzate nella Fase 1 riusciranno a captare sorgenti radio simili a quelle emesse dai più potenti radar terrestri (quelli balistici o quelli di monitoraggio aereo), oppure a calcolare la potenza isotropica irradiata equivalente
(EIRP – Equivalent Isotropic Radiated Power) a 10 pc in meno di 15 minuti.
Andrew Siemion, del Berkeley Seti Research Center, ha tenuto a dire a Media INAF che «SKA ci aiuterà anche a comprendere meglio la formazione dei pianeti e a classificare gli elementi chimici che compongono sistemi planetari di nuova formazione, punti importanti per l’astrobiologia». Lo Square Kilometre Array, inoltre «ci aiuterà a rispondere a una vasta gamma di questioni fondamentali sul mondo naturale. Saremo in grado di studiare – ha aggiunto lo scienziato – la nascita dell’universo, aprire nuove prospettive nella nostra capacità di osservazione attraverso la radiazione gravitazionale, mappare la struttura delle galassie lontane e, potenzialmente, determinare se non siamo soli nel cosmo in quanto esseri intelligenti».
E ha spiegato: «Le ricerche di intelligenze extraterrestri usando lo Square Kilometre Array saranno condotte analizzando il segnale catturato dai radiotelescopi: l’obiettivo è captare le prove di emissioni elettromagnetiche che, per quanto ne sappiamo, potrebbero avere origine solo con una tecnologia avanzata. Le emissioni naturali (prodotte da oggetti come stelle e pianeti ndr) vengono dilatate nel tempo e nella frequenza, ma la tecnologia può produrre emissioni dalla struttura molto raffinata sia in tempo e che in frequenza. Possiamo usare questa proprietà – ha detto – per distinguere l’emissione naturale da quella artificiale». Il ricercatore ha specificato che non c’è, almeno ad oggi, «un modo per rilevare direttamente forme di intelligenza extraterrestri e quindi diamo per scontato che se rileviamo una tecnologia extraterrestre avanzata, una forma di vita avanzata l’ha creata».
Nello studio, firmato anche da James Benford, Jin Cheng-Jin e altri, si parla dei risvolti astrobiologici e astrofisici di queste ricerche radio nell’ambito SETI. Gli scienziati parlano nel dettaglio dei diversi programmi sperimentali SETI che potranno utilizzare le antenne di SKA1, pensando già ai possibili miglioramenti per la Fase 2 del progetto (dal 2030 in poi). La sensibilità delle antenne che verranno costruite in Australia e in Sudafrica consentirà di espandere il volume delle galassie da esaminare potendo utilizzare una più ampia gamma di frequenze rispetto a quanto fatto finora.

«SKA offrirà un’opportunità fondamentale a numerosi scienziati che potranno usare il telescopio contemporaneamente per obiettivi diversi – ha detto Siemon. In questo modo, saremo in grado di condurre esperimenti per il SETI quasi 24 ore su 24, sette giorni alla settimana». L’individuazione di tali segnali extraterrestri cambierà (qualora accadrà) per sempre la percezione dell’umanità nell’Universo.

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