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E se fossimo noi a telefonare a ET?

Finora la ricerca di vita extraterrestre si è limitata all'ascolto di segnali dal cosmo. Ma mentre alcuni studiosi suggeriscono un ruolo più attivo, altri mettono in guardia da possibili conseguenze

astronomia,spazio
Fotografia seti.org
Trovare una civiltà aliena intelligente rappresenterebbe sicuramente una delle più grandi scoperte della storia dell'umanità. 
Finora però non vi è stato alcun segnale di comunicazione da parte di vita extraterrestre, nessun messaggio proveniente dalle stelle che indichi che gli esseri umani non sono soli nell'universo. Forse, suggeriscono alcuni studiosi, sarebbe ora che assumessimo un ruolo più attivo nella conversazione interstellare: anziché limitarci a porgere l'orecchio al cosmo come abbiamo fatto nell'ultimo mezzo secolo, forse è il momento che la Terra inizi a trasmettere messaggi alle stelle; dei grandi, sfolgoranti telegrammi che inducano una risposta estraterrestre. 

L'idea di mandare segnali nel cosmo però è alquanto discussa. Di recente, è stata postata online una dichiarazione in cui si afferma che inviare messaggi a intelligenze extraterrestri (METI) comporta “conseguenze sconosciute e implicazioni potenzialmente enormi". La missiva, firmata da numerosi scienziati di fama e da gente come l'imprenditore spaziale Elon Musk, chiede che prima di inviare qualunque messaggio si svolga un dibattito su scala internazionale. 



La controversia è emersa durante l'incontro annuale della American Association for the Advancement of Science, quando sono volati vivaci scambi di battute tra gli scienziati riuniti a discutere i pro e i contro dei messaggi interstellari. 

“Dovremmo lanciare un programma SETI attivo per integrare l'attuale programma SETI passivo”, ha proposto Doug Vakoch, uno dei dirigenti del SETI Institute. “Dobbiamo diversificare le nostre strategie di ricerche". 

Ma intraprendere una campagna mirata di messaggi interstellari senza considerare le possibili conseguenze è una follia, avverte l'astrofisico nonché scrittore di fantascienza David Brin. Unica - apparentemente - voce di dissenso tra i convenuti, Brin ha fatto presente che attrarre l'attenzione di una civiltà avanzata sconosciuta può portare a risultati potenzialmente disastrosi. E, dice, è impossibile predire se gli alieni saranno amichevoli o esseri malvagi.

“Questo è l'unico ambito scientifico davvero importante in cui le opinioni la fanno da padrone, e tutti hanno opinioni molto decise".

Al momento non ci sono messaggi in uscita nella posta interstellare del pianeta. Vakoch e altri però suggeriscono di utilizzare il potentissimo transmettitore dell'osservatorio di Arecibo per inviare messaggi quando la struttura non è impegnata in altre ricerche. I costi sarebbero molto contenuti e l'attività si affiancherebbe a quella di ascolto di segnali alieni attualmente in corso.  Il problema di cosa dire in questi messaggi è importante, ma per ora lo sembra più capire se vadano inviati oppure no". 

“Devo ammettere che un SETI attivo è un argomento molto controverso", dice Vakoch.

Nonostante le polemiche, non sarebbe la prima volta che vengono inviati messaggi nello spazio. Un pugno di trasmissioni sono già salpate dalla Terra e navigano attraverso il cosmo. Forse la più nota di queste è quella inviata da Arecibo nel 1974. Composto dall'astronomo Frank Drake, il messaggio viaggia alla velocità della luce verso la meta, che raggiungerà in 25.000 anni: un ammasso stellare nella costellazione di Ercole. 

Per non parlare di tutti i sussurri e mormorii che emette comunque la Terra: i segnali ad alta frequenza dei radar militari, trasmissioni radio e TV, e i radar interplanetari usati per studiare i vari asteroidi nel Sistema Solare. Di recente, tecnologie come i telefoni cellulari o la TV via cavo hanno trasformato la Terra in un pianeta un po' più silenzioso, ma per vari decenni le nostre comunicazioni interplanetarie si sono disperse facilmente nello spazio. 

È vero, quei segnali sono più difficili da captare di un possente segnale radio inviato da Arecibo, ma secondo l'astronomo di SETI Seth Shostak, se una civiltà è così avanzata da venire a sterminarci tutti forse è anche in grado di captare quei sussurri. E in effetti, sottolinea l'astronomo, la nostra tecnologia non è lontana dal riuscire a farlo a sua volta. “Tra un secolo o due saremo in grado di trovare l'equivalente di noi stessi", assicura.

In altre parole, è troppo tardi per zittirci e nasconderci. 

Brin però non ci sta. E gli si drizzano i capelli all'idea che i suoi colleghi si preoccupino solo di un invasione dicardassiani. Invece, insiste, non sarebbe molto più sensato parlare delle possibili conseguenze di METI prima di sparare qualcosa nel cosmo?

E in effetti, qualcuno inizia a parlarne. 

Alla conferenza, vari studiosi hanno cercato di dare un taglio a ipotesi e supposizioni cercando analogie tra METI e altre questioni controverse. L'astrobiologo David Grinspoon ha messo in luce l'ovvio legame tra METI e il Planetary Protection Office della NASA, nato per prevenire le possibili contaminazioni biologiche tra la Terra e altri corpi celesti. Grinspoon ha inoltre osservato che la paura di intelligenze extraterrestri non è molto dissimile da quella verso l'intelligenza artificiale. Eppure, nessuno pensa di bloccare la ricerca sull'inteligenza artificiale.

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